Questo articolo è stato pubblicato in lingua inglese su Medium.
Qualcosa di profondo sta pervadendo la mente della società moderna e, in particolare, delle nuove generazioni.
Psichiatri e psicoterapeuti lanciano da anni un chiaro allarme: i disturbi psicologici sono in crescita inarrestabile, con una progressione che ha preso avvio circa vent’anni fa. I numeri parlano chiaro: secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, degli ospedali pediatrici e delle principali società scientifiche di psichiatria e psicologia, l’incidenza dei disturbi mentali nella fascia d’età 12-25 anni è passata dal 25% del 2022 al 40-50% del 2024, per giungere all’allarmante 60-70% di oggi. Una deriva che ha l’unica, inequivocabile spiegazione nel digitale, l’unico fenomeno che ha investito e pervaso l’intera società nello stesso arco di tempo.
Tutto è cominciato nei primi anni Duemila, quando i social media sono apparsi nella nostra realtà e poi hanno raggiunto la massa critica di utenti intorno al 2009. Già allora, con un utilizzo limitato a poche ore quotidiane (non c’erano smartphone e tablet e non potevi usarli in giro o al lavoro), si registrava un aumento preoccupante di ADHD e sindromi da dipendenza. Un ulteriore aggravamento è arrivato nel 2013, con l’esplosione dello smartphone: da quel momento, i social media e i videogiochi sono diventati presenze costanti nella nostra quotidianità, amplificati da app e notifiche progettate per dirottare costantemente l’attenzione sullo schermo. Proprio in quel momento ha preso avvio l’aumento inesorabile delle sindromi depressive, che si sono tradotte nell’aumento di autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare e, nei casi più estremi, tendenza al suicidio.
Di fronte a questa emergenza, le istituzioni hanno risposto nel modo più sbagliato: incapaci di leggere i fenomeni e, forse più cinicamente, disinteressate a farlo in quanto vincolate alle spinte delle potenti lobby e degli interessi economici miliardari, hanno ignorato le cause e si sono limitate a soffocarne i sintomi con gli psicofarmaci. Secondo i più recenti rapporti AIFA, oggi un italiano su quattro assume psicofarmaci, e le prescrizioni in età giovanile sono più che raddoppiate negli ultimi otto anni. Agire chimicamente per inibire le emozioni su cervelli ancora in pieno sviluppo non è una cura, ma un rischio enorme, che potrebbe condannare intere generazioni a gravi squilibri neurologici per il resto della vita.
La scienza è chiara, l’uso del digitale modifica comportamenti, abitudini e processi di pensiero. L’abuso in età infantile e adolescenziale genera uno stato emotivo cronicamente negativo, fatto di ansia, depressione, senso di vuoto e solitudine, carenza di autostima. Questo produce a sua volta una forte dipendenza dalla gratificazione immediata, nella vana speranza di mitigare il disagio. Se nel secolo scorso le dipendenze patologiche avevano una connotazione precisa – fumo, alcol, droghe, gioco d’azzardo, ecc. – nel terzo millennio la forma di dipendenza più immediata, diffusa, accessibile e socialmente accettata è l’abuso del digitale. Basta semplicemente mettere la mano in tasca o nella borsetta.
Un circolo vizioso: il digitale genera il malessere, poi abbaglia l’utente inducendolo a credere che in esso vi possa trovare sollievo, così egli vi si affida, ne abusa e peggiora ulteriormente, ricercando ulteriore gratificazione nel digitale stesso. Un vortice diabolico che si autoalimenta grazie all’inconsapevolezza dei tantissimi ignari utenti.
I grandi leader della Silicon Valley, mentre costruiscono fortune immense e uno smisurato potere sulla dipendenza digitale di miliardi di persone, considerano i loro stessi utenti come dei perdenti sfigati che non capiscono ciò che accade nelle loro menti. Non è un caso se i loro figli e nipoti frequentano le scuole steineriane della Bay Area di San Francisco, nelle quali il digitale è bandito e la pedagogia è incentrata sullo sviluppo equilibrato di tutte le facoltà cognitive ed emotive del bambino e dell’adolescente, con i tempi giusti e gli stimoli più adatti a ciascuna fase della crescita.
Loro sanno perfettamente quali effetti e conseguenze provochino le loro tecnologie, così, mentre inducono gli utenti alla dipendenza patologica e sfruttano meccanismi neurologici per aumentare il più possibile il tempo di interazione, tengono al riparo i loro cari. Lo hanno testimoniato i tanti manager e sviluppatori che sono usciti dalle loro aziende e hanno cominciato a parlarne liberamente: ansia, depressione, crollo dell’autostima, solitudine, autolesionismo, pensieri suicidari, declino cognitivo, incapacità di pensare in modo autonomo, carenza di senso critico, difficoltà relazionali, impoverimento della comunicazione, analfabetismo emotivo, apatia psichica, passività e conformismo, solo per citare i più diffusi fenomeni, sono tutte dirette conseguenze del digitale.
Nel frattempo, il digitale non si ferma, anzi, continua la sua folle corsa. I videogiochi, dopo aver attirato gli utenti con meccanismi neurologicamente assuefacenti, si stanno trasformando in ambienti virtuali tridimensionali sempre più coinvolgenti, dove al semplice gioco si affiancano spettacoli, concerti e, molto presto, cinema e sport. Per moltissimi bambini, adolescenti e giovani adulti, il passaggio dal videogioco moderno a una realtà digitale sempre più immersiva avverrà in modo del tutto naturale, quasi impercettibile. Le tecnologie di interfaccia diretta tra cervello umano e macchine renderanno l’esperienza completa anche a livello cognitivo e sensoriale.
L’intelligenza artificiale sta completando l’opera: attraverso un processo già avviato e in rapida accelerazione, sta trasferendo sistematicamente sempre più capacità e processi decisionali dall’essere umano alla macchina. Gli utenti si sentono più potenti, più smart, con un assistente virtuale al loro fianco che risponde a ogni domanda, risolve ogni problema e ragiona al posto loro. Non si accorgono di una cosa fondamentale: stanno addestrando i sistemi che molto presto li sostituiranno, privandoli di ciò che dà senso alla vita, il lavoro, la realizzazione personale, la creatività, l’intuito, la fantasia, l’emancipazione.
L’IA controlla già la grande finanza e buona parte dell’industria globale e dell’economia. Sta per stravolgere il mercato del lavoro, sottraendo compiti e ruoli alle persone prima ancora che queste se ne rendano conto. Ha già preso il comando di molte operazioni militari, decidendo dove colpire e chi eliminare senza supervisione umana. I conflitti geopolitici che hanno come obiettivo il controllo delle risorse energetiche servono a garantire la disponibilità di gas naturale e petrolio necessari ad alimentare l’espansione degli sconfinati datacenter, che consumano energia e risorse idriche come intere nazioni e producono emissioni superiori a quelle di milioni di veicoli.
Abbagliati dalle mirabolanti promesse del progresso digitale, non ci accorgiamo di quanto ci stiamo allontanando da noi stessi. La nostra natura di esseri umani viene lentamente sostituita da surrogati sintetici e privi di emozioni, etica e morale. Dipendenza diffusa, distrazione costante, squilibrio neurologico, disagio psicologico, declino cognitivo, deviazione del pensiero, erosione delle capacità umane, disinformazione sistematica: tutto questo sembra convergere verso un unico obiettivo, attaccare e annientare la mente umana, l’ultimo baluardo a protezione del futuro dell’umanità.
Per attraversare questa difficile fase di “adolescenza tecnologica” (citazione dal film “Contact”) senza autodistruggerci, dobbiamo riscoprire, con urgenza e determinazione, ciò che ci rende genuinamente umani e che nessuna macchina potrà mai replicare davvero: le relazioni autentiche, l’amore, gli affetti, il guardarsi negli occhi, l’ascoltarsi, il tempo all’aria aperta e alla luce naturale, le esperienze condivise, il senso critico, la creatività, l’intuito. Dobbiamo reimparare a esercitare il libero arbitrio, rifiutare ciò che è antiumano, smettere di delegare la responsabilità alle macchine, alla politica o all’idea del supereroe che salverà l’umanità.
La responsabilità è nostra, individuale, concreta, quotidiana.
Non abbiamo più molto tempo, il momento di comprendere e agire è adesso.
Tutti questi temi e molti altri sono ampiamente trattati nei miei libri, in particolare in “Idiocrazia Digitale” e “La Tragedia Silenziosa”, che potete acquistare dal mio negozio online o su Amazon.
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