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L’enciclica di Papa Leone XIV sull’IA a TV7 Match su TV7 Triveneta

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Nuovo appuntamento con TV7 Match nella puntata di venerdì 29 maggio su TV7 Triveneta (canale 19 del digitale terrestre) insieme a Dario Da Re, Direttore Digital Learning e Multimedia dell’Università degli Studi di Padova. Come di consueto, con la conduzione di Ermanno Chasen e gli eccellenti e pertinenti servizi di Tullio Trivellato.

Ringrazio TV7 Triveneta per il gradito invito e vi rimando alla visione della puntata nel video sottostante:

Il filmato integrale della puntata di TV7 Match del 29 maggio 2026 su TV7 Triveneta

Magnifica Humanitas
di Papa Leone XIV

Nel 135° anniversario della “Rerum Novarum“, Papa Leone XIV ha emesso la sua prima enciclica “Magnifica Humanitas” sulla Dottrina sociale della Chiesa nel tempo dell’intelligenza artificiale, nella quale ha incluso l’appello a custodire la magnifica umanità abitata da Dio promuovendo verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace. Un’enciclica che ho trovato illuminante e illuminata, nella quale non scorgo falsa retorica. Di seguito i passi salienti.

La tecnica non va considerata come forza antagonista rispetto alla persona, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio come fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’essere umano. Ogni fase del progresso ha mostrato un volto ambiguo fatto di strumenti capaci di arrecare danno se non orientati al bene. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa come in questo tempo dell’intelligenza artificiale e tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo.

Servono strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del DNA e altre potenzialità acquisite danno a coloro che detengono la conoscenza e la capacità economica per sfruttarle, un dominio impressionante sull’intero genere umano e sul pianeta. Un tempo erano gli Stati a guidare l’innovazione, mentre oggi a guidare sono entità private e transnazionali, dotate di risorse e capacità superiori a quelle dei governi. Questo rende difficile orientare lo sviluppo tecnologico al bene comune.

Una grande fase di transizione è in corso, un cambiamento epocale in cui la maggior parte delle persone osserva, attende e spera che tutto vada per il meglio, mentre pochi si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione sullo sviluppo tecnologico. Si impongono alla nostra coscienza domande decisive: Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

Dobbiamo restare profondamente umani nel tempo dell’IA, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione. Dobbiamo custodire con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà di cercare ciò che unisce e non ciò che separa. Dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, la sussidiarità, la solidarietà e la giustizia sociale.

NOTA: “Restiamo Umani” è proprio lo slogan con cui chiudo le mie conferenze.

La solidarietà richiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di pochi, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno. Le innovazioni tecnologiche non sono neutrali, possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo sociale ed esclusione. Stiamo assistendo alla tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche.

Serve un nuovo quadro spirituale, etico e politico per contrastare il potere delle innovazioni che possono agire come acceleratore del paradigma tecnocratico. Più potente non significa necessariamente migliore, come diceva Romano Guardini: “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza“. Inoltre, avvertiva San Paolo VI: “i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte a un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo“. Se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, possono aumentare i mezzi senza che cresca in equale misura l’umanità: si ha di più, ma non si è di più.

NOTA: invito a leggere oggi l’articolo “Prima di progredire tecnologicamente, dobbiamo evolversi come esseri umani” che pubblicai su questo blog il 2 ottobre 2012. In esso scrivevo: “Qualsiasi avanzamento tecnologico solitamente non contribuisce a rendere l’essere umano migliore, anzi, spesso, ne amplifica le attitudini negative e i comportamenti dannosi. […] Finché noi uomini continueremo a pensare come individui e non come una comunità, finché non capiremo che gli errori di uno si ripercuotono su tutti, finché non impareremo il rispetto verso noi stessi, il prossimo e il pianeta di cui siamo semplici ospiti, non ci sarà tecnologia in grado di portare alcuna evoluzione. Il problema è dentro di noi, siamo noi. Continuiamo a cercare fuori di noi qualcosa che ci faccia sentire migliori, mentre in realtà restiamo sempre gli stessi, quando non peggioriamo. […] Non sarà una tecnologia a salvarci, dobbiamo elevarci verso nuovi standard di consapevolezza, coscienza, rispetto e amore, per rendere l’ambiente che ci circonda terribilmente inospitale a coloro che ancora ragionano come individui avidi ed egoisti“.

L’intelligenza artificiale: qualsiasi affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in breve tempo, a causa dell’impressionante velocità di sviluppo. Tutti noi, compresi coloro che la progettano, conosciamo poco del suo effettivo funzionamento. Essa è più “coltivata” che “costruita”, gli sviluppatori creano un’architettura che cresce e impara. Di conseguenza, gli aspetti scientifici fondamentali, come le rappresentazioni interne e i processi computazionali – rimangono sconosciuti. Occorre evitare l’equivoco di equiparare questa intelligenza artificiale a quella umana, poiché questi sistemi imitano solo alcune funzioni dell’intelligenza umana e, nel farlo, la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici tangibili in diversi campi. Tuttavia, questa potenza è relegata al trattamento dei dati: le IA non vivono un’esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano gioie e dolori, non maturano nella relazione, non conoscono il significato autentico di amore, lavoro, amicizia o responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale, non sanno giudicare il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, non appartengono alla dimensione affettiva, relazionale e spirituale di cui l’umano è sapiente.

L’IA non è moralmente neutra: ogni artefatto comporta scelte e priorità, ciò che misura, che ignora, che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito e impiegato per trattare alcune vite come “meno degne”, o per escluderle senza appello, non è un semplice strumento da usare bene. Il discernimento etico non può limitarsi a chiedere se usiamo un sistema per uno scopo buono o cattivo, ma anche come esso venga progettato e quale idea di persona e società sia stata iscritta nei dati e nei modelli che lo guidano. Affinché l’IA rispetti la dignità umana e serva realmente il bene comune, devono essere chiare le responsabilità di tutti i passaggi, da chi la progetta e la addestra, a chi la utilizza e chi decide di affidarle scelte concrete. Invece, tutti questi processi sono poco trasparenti e ciò rende difficile attribuire responsabilità e correggere errori.

Fermarsi e regolamentare? Chiedere prudenza, verifiche rigorose o anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Non basta invocare l’etica, servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti e una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati.

Disarmare l’IA: significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare, ma economica e cognitiva. Disarmare significa rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’essere umano. L’innovazione tecnologica è, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione, per questo gli sviluppatori portano un peso etico e spirituale, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità. Il primo contributo che possiamo dare a una civiltà più umana è disarmare le parole, così contribuiremo a disarmare la Terra. La pace comincia da ognuno di noi, dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra.

Transumanesimo e postumanesimo: queste correnti interpretano il progresso come superamento dell’umano e costituiscono lo sfondo ideologico che abita i centri di potere tecnologico, colonizzando l’immaginario collettivo su media e reti sociali, inducendo la visione futuristica ed entusiastica di “uomo potenziato” o “uomo ibridato con le macchine“. Il transumanesimo insegue il potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, bioingegneria, dispositivi integrati, algoritmi) per incrementare prestazioni e capacità. Il postumanesimo si spinge oltre: critica l’antropocentrismo e prospetta forme di ibridazione tra esseri umani, macchine e ambiente, fino al punto in cui l’umanità supererà sé stessa per entrare in un nuovo stadio evolutivo. Se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o superare, diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a tollerare “sacrifici necessari“, facendo pagare ai più fragili e indifesi il prezzo di una presunta “ottimizzazione” della specie umana. Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi: tutto ciò che appare come limite (incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità) tende a essere considerato come un difetto da correggere, più che un modo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Non dobbiamo dimenticare che l’essere umano non fiorisce “malgrado il limite“, ma spesso “attraverso il limite“.

Consiglio fortemente la lettura integrale dell’enciclica “Magnifica Humanitas“.


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